RendezVino a Karlsruhe. Pochi ma buoni

Il timido appuntamento di provincia poco prima del ProWein di Düsseldorf

Ormai siamo abituati a considerarlo come l’appuntamento che annuncia la primavera. Una cornice di tutto rispetto, l’elegante spazio fieristico che a Karlsruhe ospita dal 15 al 17 marzo 2019 la rassegna RendezVino. Con la partecipazione di produttori locali e internazionali si tratta senz’altro di una sfida per tutti quegli espositori che dovranno superare la soggezione di appuntamenti più frequentati come il Salon dei Vigneron Independant in mostra a Strasburgo qualche settimana prima. Anticipando di poche ore l’inizio del ProWein di Düsseldorf (scelta strategica o tagliola?), come tutte le piccole fiere di settore, anche questa merita a nostro avviso incentivi e spunti di crescita prima di superare le diffidenze e gli indipendentismi e imporsi come appuntamento per la promozione di un’offerta klein aber fein squisitamente nazionale.

Durante la giornata dedicata agli operatori di settore abbiamo tutta la calma per incontrare alcune rappresentanze regionali con le loro interessanti etichette. Sì, parliamo ancora una volta di etichette prima che di vino, aiutati da una riflessione poco diplomatica e, a dire di molti, tutt’altro che sensata. Siamo del parere, brutale e sufficientemente cinico, che il vino lo faccia anche l’etichetta ed è per questo che una pessima etichetta non può meritare la giusta attenzione. In breve, un’etichetta improvvisata e senza quadratura estetica, lontana da regole armoniche fondamentali. Estremizzando quest’approccio precauzionalmente selettivo, pretendiamo di mostrare come un vino che voglia dirsi degno di attenzione non possa provenire da un fusto di plastica. Siamo pronti a sfidare quanti lo sostengono senza vergogna.

Oltre la polemica, il prodotto. E cominciamo subito con due fuori rotta, i francesi del Domaine Lanye-Barrac e la cantina ungherese Bagi Borház di Janos Bagi.

Attendiamo da tempo di rinnovare l’assaggio del Bagi Tokaji Furmint, già nostro con l’annata 2017 e normalmente ottenuto con l’85% di Furmint e il 15% di Hárslevelű dalla regione Tokaj-Hegyalja, a circa 250 Km a nord-est di Budapest. E’ in questa regione di antica tradizione e, secondo un decreto del 1737, prima al mondo a irregimentare la produzione in modo da permettere il riconoscimento dell’origine, che Janos ha deciso di occuparsi di viticoltura. Delle due etichette presentate assaggiamo il Bagi Tokaji Furmint 2018 nella versione secca, molto piacevole e ampio, più convincente della variante Bagi Tokaji Háslevelű con più residuo zuccherino e meno impattante al palato. Un vino con elevata gradazione alcolica e con il tipico colore ‘giallo-oro’ del froment. Si tratta di piante con più di 30 anni, di un terreno di tufo vulcanico e di una vendemmia affrontata in ottobre. In questa zona con una storia di viticoltura attivissima è grande l’ammirazione per un vino che nel 2013 ammontava a 3200 litri e che continua ad essere una sfida per il nostro amico Janos. Termina l’assaggio il Dereszla Tokaji Szamorodni del 2012, con finale lungo e sentori di mandorla e miele che possono ancora accentuarsi con il passare del tempo. La grande accessibilità di questi prodotti resta un vanto della cantina che finora dimostra di compiere un ottimo lavoro anche per l’esportazione e la pubblicizzazione di altre etichette ungheresi.

La selezione del Domaine Lanye-Barrac

L’unica realtà francese da noi provata è quella del Domaine Lanye-Barrac che produce vini molto schietti, tra cui Le cochon lunatique (Carignan-Grenache), ad eccezione di una cuvée AOC Saint-Chinian La Rabidote: 12 mesi in legno garantiscono a questo vino più complessità e ammorbidiscono i tannini rendendolo molto interessante sotto il profilo gustativo. Un finale lungo lo caratterizza connotandolo con quella giusta compostezza rurale che in un vino è sempre un piacere ritrovare.

Arriviamo da Petri, in Pfalz, subito riconoscibile per un’etichetta dai colori tenui e indice di un lavoro meticoloso sull’immagine dell’azienda che la famiglia porta avanti con convinzione. 21 ettari coltivati in assenza di diserbanti e pesticidi nel luogo più elevato della Weinstraβe tedesca. L’uva viene raccolta a mano. Una tradizione già lunga 14 generazioni ci viene presentata dal giovane Max Petri, molto cordiale e amante genuino del prodotto che vede nascere assieme al fratello Philipp. Da loro assaggiamo un Riesling Kabinett trocken 2017 e lo Chardonnay 2016 affinato in barrique, quest’ultimo con una mineralità molto pronunciata sul finale. Due tipici pfälzer Weine molto posati e adatti certamente alle atmosfere di questa bella Toscana del nord. Consigliamo un assaggio direttamente in cantina.

La bottiglia di Spaetburgunder della cantina Nägele-Baden

Avevamo tenuto d’occhio la cantina Nägele-Baden e conosciamo direttamente il produttore Tobias Nägele per un assaggio combinato di due Riesling e un Cabernet franc, tutti del 2017, da Kletterberg i primi due e da Himmelberg l’altro: si tratta di terreni dislocati nel circondario di Angelbachtal e distanti tra loro pochi kilometri. Anche qui la tipicità premia il Riesling Alte Reben, molto cremoso e per nulla aggressivo, con vigneti piantati tra il 1975 e il 1976 su una pendenza del 30%, lasciando il Riesling Aus Steillagen leggermente in disparte. Sorprendente il Cabernet Franc piantato solo nel 2014 su marna e di grande spessore, intensità e corpo. Frutti rossi e ottimo bilanciamento alcol-zucchero-acidità per un vino che vale tutto il suo prezzo. Realtà vinicola interessante che merita sicuramente una riflessione in termini di ulteriore perfezionamento, ma comunque portata avanti con esperienza e serietà. Etichette di grande eleganza e pregio lasciano comunque intravedere volontà di crescita e riconoscibilità.

A rappresentanza del Weingut Knapp, unica cantina posizionata all’interno delle mura di Baden-Baden, troviamo Herr Heidberg che con disinvoltura soddisfa le nostre richieste con l’assaggio di tre prodotti: Traminer 2017, Grüner Veltliner 2017 e Spätburgunder 2016. Ci tiene a precisare che il primo si distanzia molto da quello alsaziano e il secondo da quello austriaco. Ci eravamo soffermati su questo progetto valutando la bella etichetta tripartita e audace completamento del tipico allungo della bottiglia alsaziana: al margine superiore, un’incisione del 1760 racconta i vigneti che coprono il fianco della collina presso l’attuale Eckbergkapelle e dove un tempo aveva sede un monastero. Prima vendemmia nel 1986 per Heinz Knapp ma una lunga esperienza maturata con un’altra avventura in Provenza. Passiamo ai protagonisti di questo incontro: i due bianchi conservano al naso una nota animale, di paglia e fieno bagnato; cremoso il Traminer, più spigoloso il Grüner Veltliner, entrambi presentano frutti tropicali pronunciati e piacevoli al palato. Ma è con il ‘rosso dei rossi’ tedeschi che arriva la vera sorpresa. In realtà non siamo pronti a credere che le varietà aromatiche bianche possano essere superate dallo Spätburgunder di cui il Baden sembra vantare una tradizione ormai acclamata, soprattutto nella zona di Ihringen. Ma sbagliamo. Questo Spätburgunder è perfettamente bilanciato, per niente stucchevole o artefatto, un vino compatto e dalle grandi aperture. La delicatezza dei frutti rossi si sprigiona con gradualità e senza impattare, mentre la complessità emerge nel finale lungo e assolutamente puntuale. Insomma, un vino da consigliare in lungo e largo.

Concludiamo questo breve e intenso viaggio con un’altra sorpresa. Saltiamo in Italia, all’estremità opposta e più temperata della penisola, nella provincia di Caltanissetta. Ci troviamo di fronte a un solo vino, un Nero d’Avola Masseria del violino 2015 che si lascia accompagnare, ‘in prova’ ci dicono, da un Cabernet sauvignon. Incontriamo Marco e Gustavo per La Uliva, azienda che lavora in regime biologico e che, nata per la produzione di olio, sta investendo nella vigna di 3 ettari per recuperare i tradizionali uvaggi di zona. Diciamo subito che il Nero d’Avola è un vitigno complicato e pericolosamente diversificato: si può odiare per sempre se bevuto nelle versioni peggiori o rappresentare una vera sfida quando ben fatto. E un’azienda che si presenta solo con questo vino può indicare solo due cose: un esperimento o capolavoro. In posizione collinare e su terreni calcareo-argillosi, questo Nero d’Avola riposa in barrique di castagno per 9 mesi senza essere poi filtrato. Maneggiamo un vino profondo, complesso, con acidità non disturbante e perfettamente bilanciato. Si distinguono tra i frutti rossi, il ribes, l’uva fragola, l’amarena sul fondo. Ottime le prospettive di crescita con queste premesse. Davvero complimenti.

Come sempre Zum Wohl… alla vera salute!

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