Salon des Vins 2019. A Strasburgo non si perde tempo !

Sempre più agguerriti, i Vignerons si danno appuntamento nella capitale alsaziana con tante piccole eccellenze

A un anno di distanza, ritorniamo a Strasburgo, capitale del gusto e terra di contaminazioni, durante la 26esima rassegna del Salon des Vins des Vignerons Indépendants, per assaggiare le più recenti annate e scoprire qualche nuovo talento.

Al nostro arrivo durante la seconda giornata di fiera, già in molti
intorno alle ore 11.00 caricavano sulle auto decine di casse di vino per la scorta annuale. Un dato che già dice molto sulla convenienza dell’acquisto in anteprima e sulla comodità di poter assaggiare, confrontare e valutare alcune delle più rappresentative etichette della viticoltura di piccolo-medio taglio.

Iniziamo con un nostro riferimento, un vignaiolo a cui siamo affezionati:
Jean-Christophe Gély per il Domaine Champ-Long che produce nel Rodano le appellazioni Ventoux e Côtes du Rhône. Di immediata riconoscibilità ed eleganza, una produzione che va avanti dal 1964 per vini adatti alla lenta maturazione e sorprendentemente compatti. I due assemblaggi Ventoux (Tradition, Grenache 85%, Syrah 15%; Les Essereaux, Syrah 90%, Grenache 10%) non spiccano per intensità, ma una componente acida promette alcuni sviluppi che il 2017 ancora non assicura. DI alcuni punti sensibilmente più avanti, Le Lauzerette, con vigne dai 20 ai 60 anni, dimostra un volto più integro e apprezzabile. Davvero un ottimo riferimento!

Domain Grand-Chemin

Torniamo in Linguadoca, nei pressi di Nimes e in posizione insolita rispetto alle appellazioni del versante sud, per incontrare il rosé Incroyable 2017 del Domain Grand-Chemin. E’ la bottiglia a colpirci per eleganza e slancio: tappo in vetro, etichetta pulita e a rilievo per un vino ottenuto da uve Cinsault e Pinot Noir. Molto gradevole e più rassicurante del Les Combes, un cabernet sauvignon che non ci ha particolarmente stregati. Comunque, presentazione ineccepibile dei prodotti che lascia presagire un grande piacere nell’avere l’intera serie sulla tavola. Ancora un assaggio insolito che conduce a sud-est, in Provenza, tra Marsiglia e Cannes, nel piccolo paese di Les Mayon. La cantina di cui abbiamo assaggiato un assemblaggio delle principali uve del sud è la Borrely-Martin. A differenza del Le Carré de Laure, dal naso profondamente animale e ai limiti del tollerabile, Le Collet 2012 ci è parso molto equilibrato e lavorato con perizia dal tempo.

Domaine Ligier

Grande protagonista di questa perlustrazione, la regione del Jura, non lontana dalla Borgogna ma con tutt’altra tradizione nella lavorazione dei bianchi. Siamo stati a trovare il Domaine Ligier e ci siamo concentrati sulle due varianti Arbois: Chardonnay Vieilles Vignes 2016 e Mille et une Nuits 2015. Tipicissimi finali di mandorla o noce per questi vini volutamente ossidati e in grado di garantire memorabili aperitivi.


Réserve (Pinot Noir, Trousseau et Poulsard)

Torniamo in Jura a trovare lo Chateau d’Arlay, luogo suggestivo che lega il proprio nome a Gerard de Roussillon come prima occorrenza cronologica e vede comparire nel 1269 il nome di Jean de Chalon-Arlay, primo ad avere un rapporto diretto con il vino. Ci accoglie, sempre disponibile e con la bonarietà vissuta di un uomo di esperienza, Alain De Laguiche alla guida della casa vinicola. Molto particolari le etichette che, a dire degli attuali gestori, non possono essere adattate al rigonfiamento della tipica bottiglia di questa regione e che presentano tuttavia estrema riconoscibilità. Qui l’operazione ‘vino-territorio-storia’ si fa sentire e il ponte con la tradizione è davvero solido. Si tratta, inoltre di vigne molto anziane, in grado di garantire basse rese. Abbiamo provato il Trousseau 2016 e la cuvée Reserve (Pinot Noir, Trousseau et Poulsard), quest’ultima molto rappresentativa perché risultato di annate diverse e classificata come ‘Vin de Maison’.

Ci spostiamo di poco, questa volta verso la Borgogna, per conoscere
Olivier Cyrot del Domaine Cyrot-Pommard. Ci accoglie subito con grande disponibilità e cordialità, lasciando trasparire grande amore per il lavoro che conduce in vigna. Anche qui ci attrae la pulizia della bella bottiglia borgognona e assaggiamo l’appellazione Maranges, relativamente giovane (1989), con il Les Clos Roussots 2017. Facciamo nostri anche il Volnay e il Pommard 1er cru Les Charmots ma ritorniamo subito al vino più bilanciato. Si tratta di vini ancora giovani con un passaggio in legno nuovo per il 30-40% per 12 mesi. Anche per chi non fosse attratto dal pinot, si tratta si un buon prodotto che dopo un ragionevole affinamento in bottiglia potrà ancora essere rappresentativo.

Ultima lunga cavalcata verso la Loira con un piccola scoperta per gli amanti del biodinamico e per un grande classico. Lo Château Bois Brinçon, guidato da Gèraldine e Xavier Cailleau, produce in Anjou un bel rosso vivace, con la solita nervatura dei vini non trattati che possono risultare difficili da bere. Ci assicura massima espressività entro i prossimi 3 anni per La Seigneurie 2016: vigne con 35 anni per questo cabernet franc, in fondo morbido mentre non così convincente il Le Clos Bertin 2012, cuvée con cabernet sauvignon.

Ancora un suggerimento dalla Loira. Parliamo del Pouilly-Fumé Les Champs de Cri 2018 di Marc Deschamps. Un sauvignon molto piacevole e che non richiede competenze particolari in assaggio. Facile per morbidezza, ci ha ricordato freschezza e buoni aromi primaverili che lo rendono molto adatto alla stagione estiva. Senz’altro da provare.

Ancora una volta l’appuntamento si è rivelato assai istruttivo e gratificante in termini di assaggio. Anche ai molti già consapevoli delle normali difficoltà dovute alla grandezza della rassegna, consigliamo di non sottovalutare la gravosità di un simile impegno e, se possibile, di dedicare più giorni alla manifestazione.

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