Quando il vino è divino…

La trovata della ‘Pressa mistica’

Quando il vino è divino. La pressa mistica

Parigi, Biblioteca nazionale di Francia, Bibbia di Philippe le Hardi.

Ci sono vini che colpiscono subito, che non si fanno attendere molto, soprattutto prima che il vinofilo ne sia stregato. Quest’intesa avviene di solito per il tramite di un’etichetta che rapisce lo sguardo. L’etichetta è lo stampo, l’immagine che resta incisa nella mente del degustatore ed è avamposto di quel rapporto di fiducia e riconoscenza che si sta per consumare.

Se l’immagine di un vino racchiusa nella sua etichetta comanda l’evolversi di una bruciante passione, proviamo a tornare all’importanza dell’immagine intesa nella sua sacralità e, anche solo per un attimo, all’inclusione del vino nel rito, nella celebrazione religiosa che la Chiesa ha voluto corredare di un valore carismatico e ripetibile. Siamo nel 1047 quando Berengario di Tours ragiona sul valore simbolico del sangue di Cristo durante l’eucarestia per metterne in dubbio la trasformazione durante la fase rituale. Anche se non ci interessa seguire l’evoluzione della polemica, è importante notare quali conseguenze nefaste questa ‘tenerezza’ di ragionamento avrebbe potuto far scaturire.

Questo perché uno dei Padri della Chiesa come Agostino si era a lungo soffermato sull’allegoria del vino fino a porre le basi per una genealogia iconografica che avrebbe preso il nome di ‘pressa mistica’ (torculus christi). Dalle Enarrationes in Psalmos (56,2) recuperiamo il commento agostininiano che indaga il significato traslato di Cristo e della Passione. Come un grappolo d’uva, Cristo è spremuto sotto il torchio della sofferenza. Questo perché la redenzione deve passare attraverso la sofferenza del Figlio e bagnarsi del sangue innocente prima che avvenga la rinascita. E infatti, la vite non spremuta, rimanendo integra, non produce nulla (Uva in vite pressuram non sentit, integra videtur; sed nihil inde manat). È certamente una grave offesa (iniuria) ma necessaria al funzionamento del disegno divino per la rimozione del peccato.

Bella anche la soluzione retorica con doppia negazione, ideata per uniformare la sofferenza del Figlio al martirio di ogni buon cristiano che patisce per ottenere una vita migliore: chi non è pronto alla sofferenza, chi non è pronto a patire la spremitura in virtù della sua aridità, non potrà ricavare il frutto della salvezza (praepara te ad pressuras; sed noli esse aridus, ne de pressura nihil exeat).

Si può, dunque, essere come Cristo, si può entrare nel torchio come l’uva e lasciare che la spremitura dia il frutto della santificazione. Un’immagine che associa la vera sofferenza a una forma di costrizione, di compressione e di prigionia da cui risulta un sangue vivificante. A diffondersi è l’idea di un martirio necessario che, almeno nella vita dei santi, interferisce con la forma stoica del distacco e condiziona la pratica del credo seguendo una deriva punitiva e catartica.

La restituzione visiva del dissanguamento sarà al centro di un’iconografia devozionale che imprigiona la forma del martirio come imitazione di Cristo. Nel caso del torculus viene acquisita dalla metafora agricola. Per questo il dipinto presente nella chiesa di San Gumberto ad Ansbach racconta l’identificazione del torchio con la croce, ma la partecipazione dei santi non sembra necessariamente voler interrompere la sofferenza, ma facilitarla in virtù della sua necessità.

Abbiamo parlato all’inizio dell’immagine, dell’etichetta di un vino, non sempre suo vero volto. E ricordando come l’immagine riveli spesso qualcosa ma non tutto, forse per preservare e pur corredata di tutti i suoi profili simbolico-allegorici (che si tratti di etichette o di capolavori pittorici) vogliamo concludere un breve intervento con cui si consiglia ancora di guardare il vino attraverso e oltre la bottiglia.

Come sempre Zum Wohl…alla vera salute!

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