Un vino che si rispetti

Cos’è la ‘sostanza’ del vino? Senz’altro cultura!

Partiamo ancora da un pretesto, lo stesso che nel lungo coricarsi del Medioevo fece nascere più volte una disputa tra i faciloni del simbolismo e i dialettici della parola. Prima Pascasio Radberto contro Ratramno di Corbie; poi, due secoli oltre, Berengario di Tours contro Lanfranco di Pavia. Tutti convinti che qualcosa accada ma in disaccordo sul come. Ma proviamo a ribaltarne il valore aggiunto, la sua scottante contemporaneità in termini di approccio alla bevanda che ci accomuna: il vino. In fondo la bevanda alcolica non è mai un prodotto naturale, come ricordava Tullio Gregory in un editoriale del 2018: «Non sono prodotti naturali, ma di cultura, ricercati perché assumono valore in un contesto simbolico ove trova spazio anche l’ubriachezza, prodotto culturale come ogni vizio che rompe e modifica comportamenti imposti dalla natura». Dunque è sulla trilogia simbolo-comportamento-natura che bisogna soffermarsi.

Il vino è materia, ma non solo. È insieme la sua capacità di guidare e trasportare, di interferire con il corso ordinario della vita, di ripensarla o addirittura dimenticarla. Se la chimica ne racconta la composizione, la vita ne celebra il segreto attraverso l’immaterialità del sentimento. Il vino come partecipazione, accordo, scambio, collante, intrusione. Un vino che si rispetti è un vino che rispetta e racconta la sua sostanza? Abbiamo due problemi da affrontare: quello dovuto alla sostanza del vino e quello ascrivibile a una presunta aderenza o coerenza che il vino dovrebbe dimostrare, esprimibile solo accettando che del vino si possa e si debba dare un giudizio.

Partiamo dalla sostanza. Il vino, come tutti i corpi sensibili, è considerato una sostanza provvista dei suoi accidenti. E sono proprio gli accidenti del vino a fare la fortuna di sommelier e intenditori. Che se ne possa parlare secondo colore, odore, complessità o altro, è tutto questo che rende il vino un elemento ‘partecipato’. Con la disputa che già abbiamo richiamato potremmo ancora dover affrontare la debolezza nella trasformazione della sostanza nonostante la permanenza degli accidenti visibili. Il vino che rimane sull’altare è ancora il sangue di Cristo? Un colore, una densità, al limite un odore – perché ben sappiamo che se lo gustiamo chiudendo gli occhi può venirne tutt’altro – continuano a riferire quella sostanza che Aristotele ci ha abituato a pensare come insieme di materia e forma. Ma tratteniamo un dettaglio: seppure non esistesse vera trasformazione, tutte le proprietà enunciabili sono necessarie affinché il vino proceda oltre se stesso, affinché per il tramite del liquido visibile conceda l’esperienza del non-visibile.

Qui il doppio-taglio della personalizzazione del gusto. Ma anche una soluzione per uscire indenni dal relativismo e ribadire con forza tutte le libertà individuali nel giudizio, oltre che il mantenimento dell’idea. Sindacare sul gusto di qualcuno – lo si fa sempre per una vocazione al confronto e alla critica – significa capire con quale grado di approssimazione la sostanza del vino meriti rispetto e celebrazione, ossia la decenza con cui è abile a trasfigurare tutto ciò che le ha permesso di essere ciò che è. È qui che si nasconde la forma aristotelica che noi proveremo a definire in termini moderni – anche se non ve ne sarebbe bisogno – cioè stipulando un’affinità tra il prodotto che ingeriamo e la fitta serie di cause che lo hanno accompagnato prima di essere.

Questa proiezione del significato, dalla constatazione naturale al suo contenuto trasfigurato, fu definita da Pascasio Radberto un spiritaliter degustare in cui la permanenza delle sostanze visibili è ritoccata dal miracolo della trasformazione eucaristica per rendere l’atto unico e salvifico. Noi non gustiamo il vino perché insieme di zuccheri e composti (alcol, esteri, alcoli e ‘corpicciuoli’ del Campailla, ecc.), ma per ciò che ancora non è dato avere. Anche il nostro gustare è spirituale cioè in grado di traslare un portato materico in qualcosa che della materia può fare chiaramente a meno.

Allora concluderemo che, come è lecito mirare al traguardo del piacere attraverso l’immaginazione, così è opportuno insistere sulla diversità dei piaceri proponibili e inseguire, decifrare, ricollocare, soprattutto in virtù del loro progressivo perfezionamento, la serie di cause che li ha generati. Dalla domanda a una risposta sicura: il vino è senz’altro cultura!

Come sempre Zum Wohl…alla vera salute!

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