Ancora in Canada 2/2

ANCORA IN CANADA 2/2. LA VIGNA GEOTERMICA

copyright Le Vignoble du Ruisseau

Per quanto insignificante in termini di estensione, la zona che abbiamo provato a descrivere in un precedente articolo ci ha offerto altre sollecitazioni e un intenso, efficace, sorprendente ma piacevole picco. Diciamo pure che è una caratteristica del luogo, quella di estendersi e perdersi senza che l’occhio né abbia controllo, ma anche di regalare l’inatteso proprio dietro quell’angolo solitario che troppo spesso ci è passato accanto.

Bisogna tornare sulla statale 202, sempre nel Cantons de l’Est (Estrie), per percorrere la rotta verso Dunham. Un paio di ristori vinicoli molto commerciali, su una strada commerciale e pensati per commerciare vino, ripetono senza inventare e abbagliano l’enoturista come un primo approdo tra pochi altri siti di produzione disseminati qua e là. Ma è ancora verso est che bisogna dirigersi, attraversando alture e strade di campagna dissestate per raggiungere la località boschiva e incontrare Le Vignoble du Ruisseau. Non appena si guadagna l’ingresso alla tenuta è anche molto disorientante attraversare il pontile che congiunge il parcheggio alla struttura principale dove gli ospiti, oltre a poter convivere con la cantina di affinamento e i macchinari, si raccolgono per un evento o per una veloce degustazione.

Una cantina giovane, nata nel 2009 e con una prima vendemmia nel 2013, e pensata, almeno per ammissione dei proprietari, su tre solidi pilastri: duro lavoro, immaginazione e un pizzico di follia. Dobbiamo riconoscere che oltre a essere ingredienti basilari, questi tre aspetti acquistano ancor più senso in un contesto geografico in cui la presenza paralizzante del freddo invernale obbliga a decisioni molto caute e precise.

Proprio la scelta inclusiva e riguardante l’accoglienza in cantina, l’idea ben precisa di dover predisporre un luogo perché tutti gli enoturisti ne possano godere con rispetto, precede per noi la promessa di un buon vino. A testimoniarlo, una sala proiezioni ben allestita e confortevole, in cui è possibile consultare un reportage che ripercorre la storia aziendale con grande trasparenza e chiarezza. Da qui impariamo le nozioni fondamentali di geotermia riguardanti il pescaggio del calore dal terreno, condizione necessaria e ineludibile per consentire alla pianta di sviluppare. Una trovata che permette di mantenere la temperatura della vigna a -10°C e impedire che ci si trovi di fronte a una stagione vegetativa troppo breve per assicurare frutti maturi.

copyright Le Vignoble du Ruisseau

La stagione che ci ha visto frequentare questo sito speciale rende anche difficile immaginarlo con -30°C, attraversato da cascate di ghiaccio e neve. Ma qui diventa una sfida quotidiana per impedire che la vigna perisca, che il gelo la trasformi tutto in pianta sterile ma soprattutto per strappare alla terra uve di qualità insistendo su un’attenta selezione manuale per soli 7,5 ht di terreno. Dopo la floraison intorno alla fine di maggio la vigna è riparata con reti a prova di volatili, mentre dopo la veraison si agisce velocizzando il processo per conservare la massima maturazione e con grande anticipo rispetto al tempo della mite vendemmia europea. La scommessa sulla temperatura può essere rischiosa ma per questa azienda (ri)conoscere un impedimento proprio a partire dalla fondazione sembra aver significato dimostrare quanto spazio ci sia per fondare una tradizione e imporre un concetto.

Partiamo con un Gewuertztraminer 2017 (13%), 12 mesi in acciaio. Aromi secondari già parzialmente pronunciati, legno che copre parzialmente, con frutta a guscio, pesca e un finale tirolese con affumicatura da speck. Ben strutturato, di corpo, immancabile nota verde nel finale ma morbida, oleosa, con freschezza della mandorla o dell’albicocca. Secondo passaggio con lo Chardonnay 2016 varietà considerata non aromatica che ben si presta a passaggi in legno. Anche in questo caso 12 mesi in acciaio con crema pasticcera al naso, un’acidità ben integrata per un vino morbido e rispettoso, con frutta bianca, miele e fiori d’acacia, melograno al posto dell’arancia. Principio di ossidazione nel finale. Con lo Chardonnay 2017 (13,5%) abbiamo un giallo limone meno intenso e tendente alla crema, decisamente vanigliato al naso ma di gusto pulito. Senza eccesso di legno, con ottima acidità e un finale medio. Poi è il turno del Pinot Nero 2017 proveniente da una vigna del 2010 che nel 2016 ottiene più complessità. Acciaio per fermentazione, 12 mesi in botti (poi riutilizzate per 4 volte), violetta e mora al naso, tannino impattante ma morbido, alcol potente e acidità medio-alta. Molto pulito, piacevole, aromi ben distinti, frutti rossi maturi. Dal finale medio-lungo.

Parlando con l’addetto alle degustazioni ci siamo interrogati sul concetto di Storia, sul peso di una scelta così stravagante e sulla sua probabile necessità. In fondo, l’altrove contiene così tante zone più adatte di questa alla viticoltura. Ma il motivo per cui la scelta è ricaduta su questo luogo, oltre a confermare l’assenza di una storia, il suo potente basamento, è il pretesto che consentirebbe di fondarne una da zero. E qui torna prepotente la domanda del vinokrate: è davvero una tradizione a rendere il vino materia del racconto e della memoria? Lui mi confessa: “la nostra storia è lunga solo quarant’anni ma questo non vuol dire che il vino che il vino non sia buono!”. Certamente ricompare l’impaccio metanarrativo del vino, intricato tra il fatto che si beva per piacere (portato etilico) o che lo si faccia per conoscere. Ovvero entrambi.

Il vinokrate è in cerca di una regola (e pensa di averla trovata), di un principio che metta ordine nel mondo delle gerarchie, delle tabelle o che dimostri l’ordine voluto da qualcun altro. Naturalmente dimostrare l’ordine in vigore non vuol dire sottoscriverlo ma colpirlo con uno scossone tanto forte da farlo crollare prima di edificarne un altro.

Come sempre zum Wohl… alla vera salute!

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