Catone DiVino a Monteporzio

VINI DI IERI, VINI DI DOMANI: IL PRESENTE DELL’ENOCULTURA AI CASTELLI ROMANI.

Un incontro che gioca con la geneaologia catoniana, con la sua esaltazione, con la divinizzazione del vino e la sua storia. ‘Catone DiVino’ a Monteporzio Catone è la prima edizione di una rassegna enologica che la Cooperativa Iperico Servizi per la Cultura ha lanciato per fare il punto sulla questione enoculturale in compagnia di alcuni viticoltori della zona.

Due problemi, una provocazione

Organizzazione molto flessibile quella di oggi, che ci ha consentito di far leva su due aspetti determinanti e concludere con una provocazione. Come giustificare il richiamo a Catone, la sua ingombrante presenza, da una parte; perché doverlo fare quando il protagonista dell’incontro è il più immodesto di tutti i compagni di viaggio: il vino. Alla provocazione torneremo più tardi.

Catone il Censore, originario del Tuscolo, non può essere solo un pretesto per occasioni di questo tipo e l’allusione alla facile tracciabilità del richiamo storico, forzata dalle nuove tendenze dell’enoturismo, resta comunque un fatto preoccupante. Catone è autore di un De agri coltura, trattato ampiamente utilizzato e criticato in una fase di accreditamento del sapere agrario e del pieno sviluppo dell’identità della viticoltura di età romana (II sec. a.C.). Un manuale per il mantenimento della vigna, degli uliveti, denso di tecnicismi e sorprendentemente dettagliato, concepito per la cura del latifondo in un’epoca in cui risultava molto probabile l’impiego della manodopera raccolta dalle guerre di espansione. Ma anche una testimonianza antiellenica per la rielaborazione del vino di Cos, per la quantificazione delle razioni del vino destinate agli schiavi, per l’elaborazione di un preciso programma di controllo del possedimento anche a distanza.

L’approccio catoniano alla grecità rivela, nel tentativo di negarla, anche l’inevitabile contaminazione di una cultura, quella repubblicana, impaurita dallo spettro impolitico della filosofia: compromessa e minata alle fondamenta soprattutto nella sua autenticità, la romanità di Catone non avrebbe potuto tollerare il costume ellenico, più dissoluto che organico. Anche Plutarco avrà molto da ridire su questa presunzione catoniana. Esagerazione, riscrittura della storia, di quale storia?

Da qui le linee guida per rispondere alla domanda sullo stato attuale dell’enocultura.

Anche nel caso dell’enocultura c’è modo di riscrivere una storia, quella facilitante, che aggiunge senza penalizzare. Con una narrazione sul vino, ad esempio, la stessa che ha tenuto in piedi una tradizione e che subisce sia il contraccolpo dell’omologazione, quanto quello più congenito della dispersione dovuta al passare del tempo, si possono recuperare il valore aggiunto e il tracciato immateriale che proprio al vino sono saldati. Si dimentica la storia perché in qualche modo la si nega, o perché la si vuole dimenticare quando la visione prospettica è inquinata dal guadagno e dal costume. Ecco dove Catone – o la sua evocazione – rimane attuale.

Una cultura del vino che, al contrario sia esuberante e sensata perché sorretta da una trama storica solidissima che da sola – se non fosse per pigrizia intellettuale e vocazione animale – potrebbe giustificare sé stessa senza inconvenienti. Non siamo quindi – il vinokrate non lo è mai stato – per una storia ricavata, di riporto, ma per quella autenticamente narrata, in cui la portata etica del narratore – figura specializzata nel racconto – possa con agilità incontrare l’innovazione tecnologica e il piacere del gusto. Nessuno è più in grado di produrre vini imbevibili ma il fatto che ognuno possa produrre buon vino non significa che tutti i vini meritano di essere bevuti e allo stesso modo.

L’esperienza traslata è, soprattutto nel caso dei Castelli Romani, una funzione che sottrae l’immaginifico al percorso del gusto e lo sostituisce con l’immaginazione forzata e sterile del traslato. Il viticoltore non deve creare, ma documentarsi, studiare la propria origine, afferrarla quando sottotraccia e restituirla dotata di senso. Il dono che ha faticato a recuperare o che ha ereditato senza sforzi è e deve essere l’equivalente da restituire. Non ci si legga alcuna etica francescana. È solo la nobiltà fuori portata del vino che impone di trattare questa materia come si tratterebbe l’unicità irripetibile di ogni rivelazione.

Dicevamo di una provocazione. Nelle Tuscolanae disputationes, tanto per restare in zona, Cicerone ripete il termine vinulentia per declinarlo a proposito di una cattiva abitudine. «O si partecipa al banchetto, dice, o si va via prima di finire preda degli ubriachi». E se pensassimo di applicare lo stesso principio all’enocultura? O si fa enocultura in modo competente o è meglio abbandonare il banchetto prima di finire in pasto ai commercianti di vino.

Come sempre zum Wohl… alla vera salute!

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