La promessa del vino senza tempo. Barolo 1968 dei Marchesi di Barolo

Quando l’attesa non basta

Non sempre l’attesa e la speranza vanno a braccetto nel determinare il pregio della nostra cantina. Forse la promessa sì. La promessa che un vino a riposo si mantenga in salute, che maturi, che verrà gustato con l’arrivo della giusta occasione. Il vino nasconde sempre una formidabile promessa fatta di attese e lampi, tradimenti e sogno. Diversamente da un saggio che racconta a voce il suo glorioso passato, il vino che promette ha la decenza di non parlare per lasciar parlare noi, almeno relegando se stesso a mero oggetto di scommessa. Si ricordi l’astuzia di Pascal: ‘Su tutto ciò conviene scommettere’.

Un vino con più di cinquant’anni di vita sorvola i contorni sfumati della nostra curiosità destando un pizzico di inquietudine e timore prima della stappatura. Nessuno può affermare con certezza se sia il momento giusto, se sia già scaduto il tempo opportuno o se quella bottiglia potrà mai dare ciò che si sta cercando. E questa austerità di spazio e di tempo, aldilà della più smemorata incuria, dovrà pur accompagnarsi alle numerose ragioni che hanno segnato il sonno della nostra bottiglia abbandonandola al buio dimenticatoio di un passato qualunque o alla galleria dei nostri vigorosi ricordi.

Ci facciamo avanti per questo Barolo 1968 dei Marchesi di Barolo e da subito l’incanto è interdetto dal suo abito, dalla veste della bottiglia. Ricordando l’ossessione del vinokrate per ogni etichetta, questa sembrerebbe infischiarsene del buon senso estetico, per addurre tinte, proporzioni e caratteri tipografici, sempre per essere eleganti, con un po’ di azzardo. Lo stile in questo caso è figlio del tempo. Ultima annata, quella del ’68, con lo stemma in rilievo, dettaglio bastante, almeno per noi, a impreziosire una bottiglia di raro contenuto.

Mentre discutiamo di un’etichetta mordicchiata, didascalica e incisa su un fondo oro persino nei tratti della pergamena che racchiude l’annata, giungono segnali per un salto prima di tutto visivo. Con qualche secondo di ritardo, ogni personalismo tramonta di fronte a una bottiglia che nasce a poco più di un secolo dalla morte della fondatrice dell’Opera Pia di Barolo, la marchesa Juliette Colbert di Maulévrier, protagonista di quell’audace connubio tra nobiltà di sangue e dedizione alla vita caritativa.

Stracotto al vino rosso

Torniamo alla gestualità e cerchiamo ancora il significato da attribuire a una vera esperienza del vino. La storia incontra la vita. Con un repentino balzo di svariati decenni, il vino è in grado di presentificare e rendere attuali i portati di un particolare momento storico senza rientrare nel dominio dell’archeologia. Il vino che sgorga e dilaga nello stomaco è un fatto carnale, un alimento che deve essere ingerito per compiere parte della sua missione. Incontriamo la stessa perturbante fascinazione in una pittura rupestre, in un vaso funerario o in un olio di Rembrandt, anche se siamo costretti a ricordare una certa distanza. Questa distanza, parametro cartesiano, è recepita per condurre con brevità temporale a quel momento, con la sicurezza del racconto e della perifrasi giornalistica che non devono cedere alle emozioni. Con il vino questo non accade.

Ricordiamo di aver trattato di almeno sei ragioni sulla necessità di conoscere il vino. Il vino è dapprima vissuto come una estrazione, un trarre-da, e segna il recupero, lo stanamento di qualcosa dalla sua epoca rarefatta, il ripristino della sua vitalità nella forma convulsa del ricordo. La missione del bere è anzitutto conoscenza che il gusto conferma in termini di piacere. Una conoscenza piacevole quando, diciamolo ancora, la conoscenza può rivelarsi anche espediente per la sofferenza più nera.

L’attesa che prelude alla manifestazione di qualunque significato forse non si è rivelata così opportuna per il Barolo in questione, un vino che anche dopo una trentina d’anni avrebbe incontrato la stessa maturazione terziaria e senza il fastidio di una conservazione prolungata. Non sempre, dunque, rimandare l’evento fa bene all’evento stesso.

E sulla scommessa che avevamo accolto prima di sgretolare il tappo incombeva l’assillo di un cedimento involontario del gusto. Fugata questa paura siamo tornati a scommette sul vino per valutarne la forza, per ribadire che a esserci non è la presenza ma una storia che sta per rivelarsi. Nel 1968 il vino che ora assaggiamo era sicuramente di altra fattura senza caffè e cacao nero intensissimi. Dall’acidità molto pronunciata, ormai virato nel colore alla testa di moro e dalla frutta secca dirompente, ci ritroviamo caramello e profumi di appassimento, di steppa appena divorata da un feroce incendio. Un rogo che ha lasciato disperazione come prova di forza, di potenza.

Come sempre Zum Wohl… alla vera salute!

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