Del vino legittimo

Il vino che merita una Storia

Domandarsi se il successo di un vino dipenda dalla sua storia – dai trascorsi e dalle vanterie che si porta dietro – è solo a prima vista pari a chiedersi se debba essere ricordato soprattutto per la sua storia. Quale vino merita una Storia? A disorientarci è prima un postulato che, slargando sulla rappresentazione di un puro piacere del bere, è soprattutto prova di un gradimento pubblico riferibile sopravvivenza del vino su scala economica. Le fortune accumulate rendono spesso, troppo spesso, inalienabile la fortuna accumulata dal vino nel tempo. Poi un’altra lettura, un riferimento diretto alla tradizione con un rimando escludente e selettivo perché portato stabilire come, se si può parlare di vino per la sua storia, ogni vino privo di storia non possa in fondo dirsi vino.

Nel primo caso, nella dipendenza dalla Storia, il giudizio assertivo constata come l’insieme di fatti chiamati storia suggerisca di retrocedere verso l’imponenza del passato per accreditare un vicenda produttiva in virtù della sua permanenza nel tempo. Lo ‘stare’ nel tempo di un vino è la sua cifra stilistica. Il ricorrere e permanere del vino sono i momenti identificativi di una presenza granitica che resta ben issata rispetto al succedersi di altri fatti di minore importanza. D’altra parte, invece, il dovere di ricordare per la Storia esprime quel protagonismo celebrativo in cui non ci si accontenta di ricordare ma si pretende che il ricordo sia preceduto dalle sue più intime ragioni. Non una rievocazione come altre ma al posto di altre. Con il vino che si posiziona tra tanti e che emerge c’è bisogno di un valido sostegno che non sia soltanto orientato da una fortuna o da una preferenza (in fondo i due aspetti non conservano nulla di razionale). La solidità storica di cui stiamo affrontando la portata non reversibile apre almeno a due scenari.

Che il vino debba essere accompagnato da una storia, dalla sua storia, dipende dalla volontà di usare il passato come strumento di potere e ordinamento: leggiamo questa attitudine nella buonafede del cives imbrigliato nella macchina scenica dello Stato e orientato da ideali di fedeltà all’ordine della cosa pubblica. Tutto il suo comportamento è rivolto alla supremazia sulle abilità dell’altro perché in gioco c’è la tenuta organica di un apparato della collettività, di un ordine condiviso che, dirà Hegel, precede l’idea stessa di individuo. La possanza che si deduce dalla conferma di ordini ripetuti è la prova di come il vino stia lì a testimoniare che è più giusto e virtuoso ciò che non cambia, ciò che permane. Nell’illusione della vita eterna o nel sogno di una Città di Dio prima o poi realizzata, lo stesso verticalismo sarà assorbito nella fase di cristianizzazione dell’Europa esaltando il valore simbolico della vite come portatrice dell’unica verità.

A questo proposito rileggiamo anche quel passo di Cicerone che nel De re publica (3,9,16) sembra sostenere un certo orgoglio campanilista esaltando la propria tradizione vinicola rispetto ai maldestri tentativi dei transalpini che provano a piantare vigne e ulivi. Replicare il gesto, esportare le condizioni climatiche o i saperi connessi alla geografia delle conoscenze non è cosa deducibile da qualche corretto apprendistato. Il senso di quest’annotazione ciceroniana ricorda una tradizione fondata (condita nel lessico che torna) e si porta dentro il peso un sapere che non può essere traslato con facilità.

Ma quale ragione decreta il successo di un vino? Suona spesso come ovvietà che un vino dotato di un passato da raccontare non solo ha l’obbligo di farlo rivivere nell’esperienza del bicchiere, ma di conservare senz’altro un valore aggiunto. La rievocazione è la degna conseguenza di una verità che resiste e non si corrompe. Se su questa verità si allestisce il ritmo di ogni nuova comparsa, dall’evocazione alla conservazione il passo è breve. Il portato della narrazione, che alcuni si sforzano di accomodare ricorrendo a fantasiose strategie di marketing, dichiara l’urgenza di una storia richiamata, trascinata nel presente perché duratura e implicita conferma di affidabilità.

Contrariamente all’invenzione (invenio) di argomenti (topoi), la storia accaduta e rivissuta non necessita di nuove tesi da difendere e va presa così come si dà perché dandosi dimostra la sua efficacia pervasiva. Proprio resistendo e ripetendo se stessa non appartiene alla mole dei fatti che sono stati ma dei fatti che vanno ricordati perché continuano ad accadere. Nella stagionalità stessa della vite ritroviamo questi comandamenti.

Ma la circolarità biologica della vite non è sufficiente a convalidare l’esistenza di un vino narrato. La pericolosa tentazione che farebbe di ogni vino qualcosa da ricordare richiede una regola per dichiararsi parte della storia che (s)corre. Quanti anni deve avere un vino per rivendicare la sua legittimità? Di quanto tempo necessita per restare impigliato alle trame mutevoli del divenire? Che si possa trovare o meno questa regola, l’unica regola che salva il vino e lo perdona dinanzi alle bordate del tempo che dimentica consiste in un’etica del lavoro capace di infondere al liquido i vissuti, le esperienze, i saperi, le armonie e tutte quei cerimoniali che parlano di coerenza e persistenza. Solo così il vino può rivendicare la convivialità con cui ha accreditato il suo vero successo. Solo così può intervenire sull’uomo per renderlo vivente.

Come sempre Zum Wohl… alla vera salute!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: