Saint-Émilion o della compostezza

Piccolo gioiello dallo Chateau Petit Mangot.

Nel rinnovato incontro di domanda e offerta si rischia sempre di fare la fine che fece Aristotele domandandosi se l’uovo preceda la gallina o se sia vero il contrario (poi, almeno lui, rispose). Non sappiamo se il successo e la fortuna dei vini di Bordeaux siano garantiti da una domanda consolidata o se qualcos’altro ne favorisca il notorietà. Reperire una causa plausibile significa, come sempre, tornare indietro nel tempo. Abbiamo sentito dire di una storia ‘importata’ dal passato e che sarebbe prima di tutto corretto apprezzare come introiezione di culture e stili di vita, provenienze e ambiguità di scambio. I guadagni dell’integrazione, potremmo dire. Ci confrontiamo con un Saint-Émilion Grand Cru 2011 dello Chateau Petit Mangot, acquistato senza troppe aspettative a Francoforte, città internazionale e vibrante in cui lo smercio di francesismi è ancora praticato con interesse.

Scopriamo che il nome e la fama del luogo si devono a Emilion, monaco del secolo VIII che esporta dalla Bretagna il fervore religioso di cui è dotato per essere presto seguito da altri benedettini. Il luogo che oggi ne ricorda la santità costituì anche le fondamenta di una chiesa monolitica del XII secolo scolpita intorno alla magia del raccoglimento e della preghiera di questo misterioso personaggio.

Presto ci accorgiamo però che non è una storia in particolare a determinare il successo dei vini di questa regione, bensì due, quella di Francia e quella d’Inghilterra. Qualche secolo più tardi del monaco Emilion, proprio una figura come Eleonora d’Aquitania (siamo nel XII secolo), due volte regina per vicissitudini matrimoniali, unisce il destino di un vino come il Saint-Émilion alla politica estera d’oltremanica. Donna longeva (1122-1204) e di forte temperamento, Eleonora non era estranea a colpi di coda (il primo verso Luigi VII di Francia) che presto le regalarono anche le ostilità del secondogenito Giovanni, meno apprezzato del terzogenito Riccardo (Cuor di Leone) a cui intestò nel 1170 grandi possedimenti. Quando Eleonora segue con apprensione la prigionia del figlio Riccardo per lunghi cinque anni siamo sulla via di Salisbury, città d’origine di Giovanni, teologo (autore del Metalogicon e del Polycraticus) tra i più brillanti del Medioevo, formatosi a Chartres (epicentro della ‘Rinascita’ secondo Haskins) e sostenitore della provenienza divina del potere della corona ma anche del possibile ridimensionamento quando trasformato in tirannia. Sarà anche la circolazione di queste teorie a facilitare una incontenibile mobilità dinastica?

Ma torniamo a quell’erede bistrattato dalla madre e vero protagonista nella storia del nostro vino. Istituita ai tempi di Giovanni Plantageneto (John Lackland o il Giovanni Senzaterra) nel 1199 la Jurade rappresentava il marchio di fabbrica dei vini di Saint-Émilion: una compagnia di giuristi e notabili che ancora oggi protegge e diffonde la fama degli stessi vini che un tempo rifornivano principalmente le dispense inglesi. Fu proprio l’intraprendenza di un re controverso, lo stesso che firmerà la Magna Charta libertatum nel 1215, a concedere ai vignerons di Bordeaux qualche anno prima svariati diritti di controllo e regolamentazione delle pratiche produttive. Ecco perché le due vicende sono intrecciate e perché, dopo una breve interruzione dalla Rivoluzione francese fino al 1948, tracce della presenza inglese contribuirono a rendere il vino della regione internazionale e apprezzato.

Compostezza geografica, anzitutto. L’area in questione degrada verso il fiume Dordogna che circoscrive i limiti di una pendenza, l’esposizione e una configurazione di suoli senza eguali almeno per varietà. In particolare una combinazione di calcio e argilla di derivazione fossile, ottimi entrambi per la ritenzione di acqua e per una varietà saporita come il Merlot. Sono indicazioni di massima ma rinviamo a The Wine Cellar Insider per chi andasse in cerca di approfondimenti.

Una resa piuttosto bassa seguita da Chateau Petit Mangot (ca. 45 hl per ettaro) e un’esposizione sud/sud-est su un versante che dista pochi kilometri dalla città di Saint-Émilion. Andiamo al bicchiare. Intensità di colore piena a marcata, rubino tendente al granato con qualche particella in sospensione. Frutti rossi maturi arrivano diretti, viola e foglia di pomodoro, un naso fresco a avvolgente, melograno e prugna cotta, ma una piacevole nota ferrosa e di carbone consunto abbinata a profumo di speck mentre sulla parte legnosa prevale la nota fresca. Anche il palato non delude con la nota pepata e il cacao, un finale lungo con acidità pronunciata e apporto tannico ben bilanciato. Il mirtillo molto evidente non viene soppresso, anzi, rimane sullo sfondo. Possibile un taglio di Cabernet Franc per la succosità e la speziatura entrambe caratteristiche molto fini e persistenti. Ci troviamo di fronte a un vino carnoso, ottimo rapporto qualità-prezzo, con tante varianti cromatiche che hanno il mirtillo come punto aggregante.

Come sempre Zum Wohl… alla vera salute!

One thought on “Saint-Émilion o della compostezza

  1. Caro Vinokrate, non sono un amante del Bordeaux proprio per la sua tendenza ad essere molto fruttato, comunque la presentazione del vino partendo dalla sua storia si mostra sempre uno strumento molto efficace a suscitare curiosità e interesse nel provare il vino in questione. E’ chiaro infatti, che dopo aver letto questa recensione, chi degusta il vino va alla ricerca di una esperienza e sensazioni che rimandano al passato. Sono sicuro, leggendo quello che hai scritto, che questo Bordeaux si è rivelato essere un ottimo Bordeaux.
    Complimenti, recensioni sempre molto interessanti.
    Attendo con ansia l’uscita del tuo libro.
    A presto
    Lorenzo

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