Vinokrazia. Un problema senza soluzione

Quando si parla di vino si corre il rischio di non parlare

Traiamo dal primo capitolo di Vinokrazia. Estetica del gusto e dell’impostura (di Manlio Della Serra, Armillaria edizioni) alcune considerazioni di metodo, utili in parte a evitare inutili sorprese, in parte ad augurarsi la rinnovata sorpresa di una giusta bevuta.

Chi sostiene che il vino sia cosa ovvia percorre in genere la strada dell’abitudine viziato dall’urgenza del consumo o, peggio ancora, dalla noia. Riconosciamo l’uomo nell’immagine qui sotto? Un abitudinario, ma di altro tipo e di certo uno che non si sarebbe sorpreso neanche vedendo il vino sgorgare dal bianco marmo di un altare. Se Diogene di Sinope è il campione dell’abbrutimento, noi gli perdoniamo la debolezza più imbarazzante per aver vissuto e dimostrato con coerenza che la necessità del piacere è altro rispetto al piacere superfluo. Già in questa distinzione si gioca buona parte di Vinokrazia. Il piacere superfluo è il piacere in ritardo, quello oscurato da un altro piacere già sopraggiunto e forestiero alla nostra comprensione perché ancora vittima del piacere che lo precede. Il peccato di ‘gola’ conosce questa traiettoria per aggiunta e fa della sazietà un pericoloso miraggio.

Ma cos’è in fondo una Vinokrazia? Chi è questo Vinokrate che pretende di raccontarla tirandosi fuori dalla linea d’ombra che incombe sulla scelta e sul consumo di vino?

La Vinokrazia è anzitutto una forma di restituzione e non di resa. Bisogna restituire al vino la centralità che merita ed evitare di trattarlo come una merce di scambio qualsiasi. Cominciamo col ricordare che la Vinokrazia è introdotta da un capitolo-premessa – se vogliamo un capitolo-promessa – intitolato Un problema senza soluzione utilizzato per dettagliare gran parte del tragitto teorico che si seguirà nel resto del libro. Vogliamo anche chiarire da subito che non si darà spazio a consigli di degustazione e citazionismi pseudoeruditi privi di riflesso. Non si tratta neppure di un saggio storico a tema vino ma piuttosto, come si faceva un tempo, di un trattato sul vino e sulla sua felice ambiguità. A proposito dell’uso della citazione come modello stilistico e di ciò che essa chiama solitamente in causa: molti protrebbero pensare che una forma di ipocrisia abbia accecato lo stesso Vinokrate, non più diposto a riconoscere nel proprio stile una rigorosa esperienza del distacco. Preferiamo parlare di rottura, isolando la fonte turgida ed erudita dal suo utilizzo metodologico e argomentativo. Questo è l’unico modo in cui un Suarez può ricomparire nell’era del vino e della globalizzazione!

L’inizio di Vinokrazia

Il Vinokrate tratta un problema senza soluzione perché non esiste risposta in grado di incoraggiare in modo definitivo il problema veritativo del vino. Forse la modalità definitoria, così spesso richiamata nella danza tra i paradigmi della distanza e della differenza, è l’unico riflesso nostalgico di un atteggiamento irrigidito sul versante argomentativo. Se il vino è verità – e diremo come e quanto – non è possibile pensarlo alla maniera del sommelier o del commerciante. Bisogna altresì liberarlo dalla logica dell’accumulo propria del collezionista e ricondurlo ai suoi propri argomenti, a tutti quei sostegni teorici di cui nemmeno avrebbe bisogno e di cui, invece, ha bisogno il vinokrate per capirci qualcosa in termini di verità.

Soprattutto in questi termini sentiamo di poterci avvicinare alla stravagante follia di Diogene e di ogni cercatore di verità, con il potere inquisitorio della parola, con il confronto a parole e tra parole, con l’instancabile venerazione di quanto sopravvive alla regola della pura forma. Abbiamo provato a spiegare perché un’autentica Vinokrazia rappresenta un problema ma non ancora perché questo problema sia destinato a restare senza soluzione. Se, dopo i lunghi argomenti, l’unico mezzo consisterà nel racconto, che il vino sia allora raccontato senza rimorsi!

Come sempre zum Wohl… alla vera salute!

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