Ogni vino dice qualcosa?

La parola del vino nella Vinokrazia

Siamo abituati a credere che ogni vino abbia qualcosa da dire, a pensare al vino come qualcosa che richiama e merita una parola, che esige il commento e la nostra descrizione. Ma dietro la parola procurata dal vino si nasconde sempre un vino di parola.

Gorgia da Lentini, filosofo che ci piace immaginare con uno sguardo acuto e dispettoso, forse con zigomi alti e squadrati dalla fierezza del ragionamento, non doveva essere un uomo troppo remissivo. Forse aveva capito prima di molti altri che nessuna vera ragione è possibile e che la miseria umana si sarebbe sempre ritrovata a sottoscrivere un patto, un compromesso, una legge di finzione: con l’uso della parola, del logos, noi tutti possiamo ottenere la verità, la nostra verità naturalmente. Forse, non troppo naturalmente. Anche perché di quella verità provvisoria ci accontentiamo, fino a prova contraria, e in modo tutt’altro che naturale perché dobbiamo padroneggiare una parola sicura, un logos ineccepibile che si dia anche il tempo per pensare alle sue contro-ragioni al fine di prevenirle. Insomma la verità non è cosa semplice né umana.

Il vino non è un normale prodotto di consumo. Chi volesse negarlo non avrebbe la dose di sensibilità necessaria a impressionarsi del vivente che abita il mondo. E sono proprio la vita, il movimento, la trasformazione ad agire sul vino e a determinare il ‘concetto del vino’ con cui la maggior parte dei degustatori si trova a fare i conti. Non il vino delle analisi di laboratorio, ma il vino parlante, il portato culturale, il mediatore del significato. Che il vino sia disposto a parlarci, a seguirci con la parola, non significa certo che qualsiasi parola sul vino da parte nostra sia autorizzata. Questo riguarda il lessico esemplificativo da ‘scuola del vino’ – su cui abbiamo alcune riserve – come la parola che non è in grado di rispettare la proiezione del vino nel tempo, incapace di coglierne il vero presente e il futuro possibile.

Bisognerà comprendere entro quale misura sia lecito un dire sul vino o del vino una volta che se ne sia compresa la finalità sovversiva. La risposta della Vinokrazia non è incoraggiante nel fornire soluzioni. In effetti, non esiste una risposta con cui dire ciò che il vino è, su cosa ci si debba aspettare da esso e in quale modo. Il gusto proprio che chiude il percorso del gusto (da privatizzato a privato) ipotizzato nel libro solo sul versante del metodo, in fondo non dice nulla su cosa il vino può garantire, ma solo su ciò che del vino non può essere considerato autentico.   

Potremmo usare il predicato ‘parlare’ come transitivo. Ecco allora la doppiezza del vino che, quando si riferisce a una materia o al suo argomento, parla di qualcosa, delimitando un campo e funzionando come mezzo per la comprensione o l’esplicazione; d’altra parte, potremmo dire che il vino parla qualcosa ossia che non esiste più quella distinzione tra ciò che il vino è e ciò che interpreta al punto da risultare oggetto stesso del suo parlare. Cosa allora distingue un discorso per sentito dire da ciò che il vino dice? Ma il vino richiede che questa sinonimia forzata rispetti le regole del corretto parlare, che sia una forma traslata della verità a cui ogni bevitore tenta di giungere.

Se è lecito domandare, non è doveroso rispondere. E così dubbi, convinzioni, allusioni, provocazioni, stratagemmi, citazioni giacciono nel limbo omertoso della parola prima provocata, poi lasciata stare. Questo dovrebbe sapere e condividere una letteratura filosofica disposta a fare i conti con il vero e convinta dell’esistenza di una verità impossibile. Ma questo distingue anche un letterato da un filosofo perché il secondo sceglie di dedicarsi al vero ma non alla verità. Alla verità è costretto.

da Vinokrazia, p. 7

Il rapporto che esiste tra il vino e la parola è lo stesso che riguarda il filosofo alle prese con una verità impossibile. La strettoia a cui è rimesso non gli permette di negare l’esistenza della verità, quella verità che non riesce a raggiungere, e allo stesso tempo lo obbliga a credere di poterla raggiungere. A suo dire, il vino è il mezzo che aiuta a dissodare questa illusione. La parola che il vino merita è quella che gli permette di ‘parlare qualcosa’, di animare e rendere vivente, di usare il tramite della parola (dal movimento delle lettere a quello del suono nella pronuncia) per spiegare il mondo e la sua complessità. Bisogna dunque riconoscere e dare parola al vino.

Ma l’errore più comune consiste nel credere che il vino rappresenti un pacifico luogo d’incontro, un traguardo accomunante per giustificare l’accordo di due sconosciuti rispetto a una precisa visione del mondo. Ma il vino è il tribunale in cui le voci si incontrano per tornare a scontrarsi di nuovo, non l’elemento rasserenante della tregua. Che il vino permetta l’incontro per natura non significa che sia in grado di confortare e portare pace. Per questo si dovrebbero frequentare con sospetto le accademie del vino, perché la verità privata è accontentata e sedata dalla finzione di un accordo a parole che non può esserci. Partecipare degli effetti benefici del vino, della parola che fa scaturire, non significa affatto andare d’accordo ed esprimersi allo stesso titolo. Che il vino parli qualcosa allo stesso modo non dipende dalle aspettative di chi ascolta, ma da come il vino organizza la vibrazione di tutti gli argomenti che si incontrano. Se si standardizza il linguaggio del vino è come se si imbrigliasse l’autonomia della parola libera in una dimensione previsionale e sicura in cui tutti si capiscono senza progredire. La sfida della verità che il vino manifesta è un salto nel vuoto, un’incognita, la dismissione del noto.

Sottratta all’immaginazione o al sogno, l’attendibilità degli argomenti sul vino si fa tangibile solo se qualcuno è disposto a seguirla con la propria vita. Parlare di vino al di fuori di categorie oggettivanti e di parametri descrittivi come acidità e dolcezza. Allo stesso tempo, non parlarsi addosso di vino, ossia non parlarne solo nel confessionale che accoglie tutte le nostre intimità. Il mestierante della degustazione o l’indovino non avranno pertanto molto da imparare. Anche il parroco resterà deluso dai nostri silenzi.

da Vinokrazia, p. 9

Cosa legherà dunque quel ‘qualcosa’ al fatto che proprio il vino lo parli? Possiamo aspettarci che il vino, più di altro, mantenga la sua promessa? Che sia un ‘vino di parola’? In effetti sembra che il vino si comporti come il sofisma di Sigieri di Brabante in cui si ipotizza che uomo e animale siano la stessa cosa in virtù del rispettivo significato e di ciò che la parola suppone.

Dichiarare subito come la menzogna sia parte costitutiva e generativa per il racconto. Il mentidero in cui il vino fa la sua comparsa come racconto è sempre anticamera della verità che attraverso il vino si cerca di artigliare. Per questo, più che dover sapere, il degustatore non può non sapere. La doppia negazione è esortativa e rivolge la sua provocazione, il suo composto dissenso, tanto alla forma oggettiva che il mestierante impugna per urlare le sue ragioni, quanto a quella perturbante scelta dal poeta. La soluzione è fornita subito perché non c’è soluzione pacifica che possa preservare una bella storia o trattare la materia con capacità chirurgica. In altre parole, con il vino basta chiarire alcuni aspetti per non trovarsi mai dinanzi al sicario o al consulente immobiliare (nulla in fondo li distingue), i soli capaci di usare la lungimiranza bonaria del fratello maggiore per occultare un problema senza soluzione.

da Vinokrazia, p. 20

Dovremmo allora limitarci a una differente classificazione del vino e del suo ruolo? L’idea della Vinokrazia consiste nel sostenere un ‘vino di parola’. Un portato culturale che non solo sia fatto di parole, che parli qualcosa, ma che mantenga con i suoi interpreti una promessa come se mantenesse la parola data. E questa parola consiste nella proiezione del ragionamento presente sul passato e sul futuro della storia umana, in una continua convocazione di tutti i cercatori di verità al tavolo del confronto e della comparazione. Ma con un’unica certezza. Che questa verità resti, ancora una volta, introvabile.

Come sempre zum Wohl… alla vera salute!

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