La Vinokrazia difende Shylock

Shylock è emblema del rifiuto. Contro ogni compromesso, pretende che gli accordi presi vengano rispettati. Anche a costo della vita. Quali i compromessi con il vino?

Durante la degustazione è impossibile sottrarsi all’incognita della delusione e della perdita. In Vinokrazia. Estetica del gusto e dell’impostura l’ebreo Shylock non rappresenta la vendetta immorale ma la moralità del rigore e della perseveranza.

Ci ha sempre colpito quella forma di ostinazione incapace di agguantare e far proprio il sentimento della pietà. Ma se si pensa alla sacralità di un accordo, questa ossessione ha qualcosa di regale e virtuoso, fino a comprendere il rispetto di quanto pattuito anche se ciò dovesse includere il proprio svantaggio. Per esigere che un patto venga rispettato e, in fondo, per onorarlo davvero, ognuno dei contraenti è chiamato a farsi interprete di una certa responsabilità e osservanza. Nel nostro caso, Shylock, l’ebreo a cui è stato chiesto un prestito in denaro da un cattolico, non si comporta soltanto da usuraio, ma strappa la promessa di una libbra di carne in caso di insolvenza.

Quando Shakespeare assegna a Shylock una spregiudicata avidità trasforma implicitamente il diritto egemone in diritto estemporaneo. Da regola sottoscritta tra le parti si arriva alla sua inversione e negazione introducendo sulla scena il sentimento bonario del perdono tra i contendenti. Non è più in questione il comportamento privato, la legge interiore che sorveglia il limite tra quanto è giusto chiedere e quanto realmente è richiesto. Se il patto concluso tra le parti è sempre effetto di una decisione volontaria, per questo va rispettato a costo di gravi perdite. Ciò che lo giustifica è il fatto che il mondo stesso si regga su un insieme di accordi, sull’intreccio di patti e concause, sull’attesa di risposte che proprio le domande rivendicano per potersi dire tali. Tutto ciò ammettendo anche quei ritardi e quelle deviazioni, nella forma e nella parola, che possono rendere il tutto più sfumato e adattabile.

Solo per quest’ultimo il debito resta circoscritto al giudizio e deve essere sciolto come la libbra deve essere restituita a Shylock allo scadere del contratto tra le parti, perché chi ha accolto la sfida del vino ha offerto la propria vita in cambio del sogno.

da Vinokrazia, p. 35

Ma cosa lega il vino all’usura e alla contrattazione? Ogni stappatura è, per dirla tutta, un atto sacro, meritevole di attenzione soprattutto in virtù di ciò che si vuole ottenere dal vino. La dedizione con cui ci si rivolge alla produzione di vino è già segno di una contrattazione con cui ci si aspetta che quanto è stato offerto in termini di cura e dedizione venga restituito in qualità di piaceri e risposte. Il confronto o l’affronto del vino attraverso la bevuta significano entrambi la sottoscrizione di un patto con cui si cercano risposte proporzionate alle promesse esemplari della bevanda. Nella sfida rinnovata dall’assaggio la posta in gioco della conoscenza possibile attraverso il vino implica che vi siano regole chiare e che, solo fatta una promessa e siglato un patto, si possa procedere indisturbati. Non si può pensare di lasciare a metà, in un grande caos irrisolto dalle mille voci, l’intero processo conoscitivo che allinea il vino e il suo interprete. Questo perché i contraenti attendono una risposta e sono capitati sulla strada comune della verità accettandosi reciprocamente. L’avvenimento che circostanzia la loro fede è degno di scoperte, delusioni, fonti dubbie e svianti, accensioni e perdite.

Il Vinokrate incontra il vino per sottomettersi a un patto veritativo senza guadagni certi. Rispettando questo patto dimostra di avere a cuore il racconto della verità.

Ma quale patto è istituito tra chi beve vino e il vino stesso? Mentre il degustatore cerca un principio di rispondenza e di assenso, il vinokrate non ha bisogno di coordinate che travalichino il suo metodo. La differenza cruciale consiste in un assoggettamento della sostanza attraverso il referto che per il degustatore è prova della propria saggezza (il plauso collettivo lo consacra come portatore di verità). Ma senza il suo pubblico, il degustatore è solo. Mentre per il vinokrate questa dinamica è pura mortificazione fin quando non è assoggettato alla sostanza in virtù di un patto. Ritorniamo, così, al ‘problema senza soluzione’ che per il degustatore seriale, al contrario, necessita di una soluzione perché possano essere soddisfatte le sue angosce. Con la stessa ostinazione di un vinokrate, il degustatore è in grado di esigere che il vino gli conceda qualcosa ma il suo errore giunge da una premessa sbagliata: volere una risposta dal vino che non dica cosa ma come il vino è. Il degustatore arringa perché venga rispettato il suo diritto nel constatare la rispondenza di sapori, colori e odori secondo quanto pattuito. L’attesa deve essere soddisfatta perché ha dalla sua il patto stipulato con il vino. È questa la paga che esige. È questa la ricompensa che merita.

Questo perché [il degustatore] non ritiene che l’essere del vino si dia in molti modi e perché crede che la sua attesa possa essere risarcita da un solo giudizio. Trattiene aspettative, attende che il vino dica qualcosa.

da Vinokrazia, p. 34

Ma di quale colpa sarebbe accusato il nostro Shylock in Vinokrazia? L’ebreo chiede il rispetto di una legge condivisa che, pur nell’implacabile realizzazione dei suoi effetti, nulla pretende di aggiungere a quanto concordato. Ma, di fronte a questo scenario, il vinokrate e il degustatore interpretano diversamente il congegno che avvalora quel patto, esigendo risposte diverse perché orientati da un diverso approccio al vino. Mentre il degustatore reclama a forza la sua libbra di carne ossessionato dalla rispondenza, dal fatto che a determinate cause seguano determinati effetti (anche questo è un principio di metodo, anche se elementare), il vinokrate richiama la regola della forma per onorare l’accordo tra le parti. Una regola valida per ogni ordine intimamente riconosciuto, che non lo induce a soffermarsi sul compiacimento provvisorio, ma sulla proiezione. Al riscontro immediato, al vuoto ‘premio fedeltà’, il vinokrate contrappone il valore di una sfida che può sempre perdere e annusa con scetticismo la portata provvisoria del suo guadagno. Per il momento, non può far altro che sembrare appagato. La sua non è né sarà mai la sazietà del degustatore che ribadisce di volersi battere per una ‘questione di principio’ senza sapere, in fondo, cosa siano i principi e che ve ne siano molti.

Il vinokrate non può sentirsi vittima di raggiro e defezione dopo aver sottoscritto un patto con il vino. Non deve essere pronto al rimando ma alla sconfitta. Se con il comportamento del mercante Shylock la storiografia fa leva sulla vendetta, sul disprezzo, sull’ingestibilità dell’incontro culturale, d’altra parte non sono certo questi gli apriori morali che possono salvare il debitore. Da chi dovrebbero salvarlo, dal creditore o dalla regola che regge il mondo di entrambi? Abbandoniamo per un attimo il tribunale di Shylock e torniamo al vinokrate mentre degusta. Il patto sottoscritto con il vino, ben prima di coricare le labbra sul bicchiere, aveva promesso lealtà, trasparenza, integrità, tutti valori che predispongono la moralità del vinokrate a non mentire, a riconoscere i propri limiti, a non confondere l’attualità di un’esperienza instabile con la versione potenziale e più matura che essa potrà assumere. Uomo di contegno non a parole ma per parole, il vinokrate non può venir meno al patto che ha sottoscritto con la verità del vino e che si presenta nelle molteplici variazioni dell’incontro e della parola. Come non esiste nessuna ragione fondata e accreditabile per la quale si possa venire meno al patto, così, nel caso del vino, è improprio rinunciare all’incontro spiazzante con la verità di cui il vino è portatore.

Così tramonta il vino che, scaricato della responsabilità di determinare l’evento isolato dal tempo, non promette più alcuna riuscita e saluta l’imperativo del sogno ripiegando sulle ragioni degli ubriaconi. Il vino è sciolto, liberato e deresponsabilizzato. Non è più il grande atteso, ma l’incomodo sottratto alla vertigine del piacere.

da Vinokrazia, p. 35

Essendo giunti a una conclusione parziale non possiamo che ridefinire la vinokrazia come lo stratagemma che propone regole di osservanza per gestire ogni incontro enoico. Non soltanto la promessa dovrà essere mantenuta, ma non ci si dovrà accontentare di esaurire nell’assaggio l’esperienza veritativa, di rinchiudere nel gusto corrisposto lo slancio del vero che il vino dovrebbe rimandare. Si potrà domandare: quanto mai potrà essere fuorviante e debilitante la verità che il vino si porta dentro? Poiché non esiste una versione definitiva del vero ma un impervio percorso da compiere a piccoli passi, la caduta che il degustatore seriale si sforza di evitare è sempre segno di un suo errore di classificazione. Una fascinazione monca, indisposta verso il ribelle e il deludente e orientata unicamente alla conferma e al pacifismo in posa. Ciò che la verità del vino ha in dotazione non è la regola della conferma ma del polemos che il temperamento di Shylock non fa che confermare. 

Come sempre zum Wohl… alla vera salute!

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